Notte e stanchezza e tentativi di proteggere il mio sonno dalla pioggia e dai lampi. Trovo rifugio sotto una tettoia traballante ma resistente costruita da qualche anima buona qua sulla spiaggia naturista. Mi corico mezzo bagnato e provo a riaddormentarmi.
Nel dormiveglia mi sopraggiungono i ricordi di me cuoco nel ristorante di centro città. I prodotti erano naturali il più possibile, la cucina a vista e chi entrava ordinava e poi tornava a prendere il proprio piatto una volta chiamato. Non avevamo camerieri. Quanto mi piaceva quel lavoro! Ogni giorno era un nuovo incanto, tra colori, profumi e sapori. Mi ricordo la danza della verdura fresca, quando arrivava nelle casse grandi, e di come il colore verde rendesse così viva la mia piccola cucina nel giro di pochi minuti.
Eravamo sempre pieni di gente. Mi ricordo che un giorno decidemmo di iniziare ad aprire dalle 12 alle 22, senza pausa. Io ero piuttosto contrario a quella proposta all’inizio, infatti l’abbiamo sperimentato solo per un mese quell’orario.
Il pomeriggio, verso le 16.30, tutto diventava calmo, tant’è che abbiamo pensato che bastasse avere solo due persone, io e l’aiuto cuoco.
Durante quel periodo, era una giornata calda di agosto, guardavo l’ora e contemplavo il significato di essere lì e non al mare o sotto un albero. Erano le 17.07. Vedo entrare una donna dalla piccola porta del ristorante. Si avvicina verso di me. Mentre lei, dal volto senza età, cammina nella mia direzione con gli occhi sorridenti e il bacino ondulante, sento qualcosa di forte salire dalla mia zona pelvica fino al mio cuore. Una sensazione strana e potente mi pervade.

“Un piatto burger vegano, per favore”.
“Nient’altro?”.
“A posto così, grazie”.
“Prego. Ti porto io il piatto appena pronto”.

Si siede fuori, su uno dei piccoli tavoli, ed io comincio ad osservare quello che fa dalla grande finestra vetrata della mia piccola cucina. La osservo gesto per gesto, sguardo per sguardo e respiro per respiro, e faccio così fatica a cominciare il piatto che mi ha ordinato. A un certo punto incomincia a scrivere, sulla carta color paglia del coperto davanti a lei. Ha in mano una penna nera e un’aria incantata.
Forse ho preparato il burger più buono di tutta la mia lunga carriera da cuoco in quei dieci minuti. Le mie mani lavoravano da sole. Il mio cuore saltellava. Era tutto così limpido e vero che la mia mente stupita non ebbe neanche il tempo di interferire come il suo solito, per chiedermi cosa mi stesse succedendo.

“Ecco il burger vegano”
“Grazie”

Il suo grazie sembrava infinito con la faccia luminosa e lo sguardo penetrante di complicità.
Sono tornato in cucina, ad osservarla da lontano, e a sentire lo strano flusso che andava su e giù lungo il mio busto.
Lei continuò a scrivere per un po’, prima di addentare il mio burger.
Quanta bellezza! Poi, mentre mangiava, mi arrivavano i suoi soffusi gemiti di piacere dall’altra parte del vetro, come onde elettrizzanti.

Ero estasiato per come la sua penna si muovesse sulla carta e di come il suo corpo rispondesse a ogni morso. D’un tratto mi fu tutto chiaro: avevo voglia che lei addentasse la mia carne al posto del burger, che mi leggesse ciò che stava scrivendo a voce bassa, che liberasse i suoi gemiti di piacere direttamente nelle mie orecchie. Compresi che volevo fare l’amore con lei, che volevo amarla e fare qualcosa per lei.

Quella potentissima energia svegliata dentro di me quel giorno mi cambiò la vita. Tempo dopo mi resi conto che era la forza dell’Eros. In quel momento non ebbi nemmeno il coraggio di avvicinarmi a quella donna, di dirle almeno una parola che svelasse ciò che stesse accadendo dentro di me.
Quando lei andò via, mi rimase un dolore immenso, un vuoto incolmabile. Capii dopo qualche giorno che la vita mi aveva mandato un chiaro segnale, un messaggio che allora non sono riuscito a cogliere appieno. Quello che mi era accaduto voleva tirarmi fuori dal mio guscio protettivo, farmi uscire dal confine entro cui ero di solito rinchiuso. La mia impotenza in quel momento si è tramutata in tristezza col passare del tempo e mi ha fatto lasciare il lavoro ed allontanarmi dalla città. Forse la mia vita era arrivata a un punto cruciale e avevo bisogno proprio di un evento così forte per prendere delle forti decisioni.

Quello che ho capito dopo tanti anni, ed è il motivo per cui vi sto scrivendo ora, è che quello era un richiamo all’Amore. La forza erotica, così estremamente potente, era un richiamo, anche se di breve durata, all’amore stesso. L’eros ha fatto emergere in me degli impulsi che altrimenti non avrei mai sentito. Il mio grande inconscio desiderio di amare sarebbe rimasto sepolto nell’anima se l’eros non avesse abbattuto il muro del mio torpore, destandomi con la sua potenza e totalità.

Come un magico seme riposto nel profondo, l’energia dell’eros dischiude il fiore del desiderio. Attraverso la sua intensità, l’anima tutta freme nello slancio verso l’uno. E grazie a questa ineffabile forza che tutto il nostro essere – maschere comprese – desidera la comunione con almeno un altro essere umano.

Ho imparato che è tutto uno, e forse quello che lei stava scrivendo sulla carta color paglia non era altro che ciò che vi sto raccontando ora.

 

Ama